Quando la disciplina è imposta dalla legge limita la propria autonomia. Quando l’autodisciplina e la condivisione di prospettive si manifestano per esigenze autonome, in una specifica condizione, possono essere strumenti per la socializzazione delle pratiche, per orientarsi al bene comune e per orchestrarsi come differenza agita e rivendicata collettivamente, riconoscendosi come comunità possibile, pur se temporanea e intermittente. 

Siamo sospesi tra utopia e distopia nell’immaginare il futuro, oscillando sul limite tra il dentro (cura di sé) e il fuori (cura dell’altro), tra ascetismo e socializzazione. Il tempo che separa il prima e il dopo pandemico si determina nell’investigazione quotidiana dello spazio personale e autonomo e nella stratificazione delle interazioni e relazioni, annodate tra comunità di contatto nello spazio fisico e community di connessione in quello virtuale. 

Mai quanto oggi la disciplina è perseveranza, luogo dove il potenziale del sogno si fa realizzazione della volontà, è il concetto ordinatore possibile per non smarrire la prospettiva di un dopo, è lo scudo contro lo sconforto e la paura, è il luogo dove allenare corpo e mente, è senso civico e libertà di scegliere. 

Se immaginare il dopo è difficile, istruire il presente è indispensabile. 

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